Articolo sui Balcani su Officine di Storia

L’Italia e i Balcani tra interessi nazionali e leadership europea (Convegno internazionale)

Sabato 06 Dicembre 2014 16:47

articolo tratto dal sito “Officina della Storia” – Articolo

 

L’’Italia e i Balcani tra interessi nazionali e leadership europea (Convegno internazionale)

di Silvia Sassano ed Elena Sergi – Università di Pavia

Lo scorso 16 ottobre 2014 si è svolto a Firenze, presso la Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, il Convegno internazionale dal titolo: L’Italia e i Balcani tra interessi nazionali e leadership europea: il ruolo italiano nel processo di allargamento comunitario nell’area balcanica – organizzato dalla Fondazione, sotto la direzione scientifica di Ariane Landuyt, Cattedra Jean Monnet in Storia dell’Integrazione europea, in collaborazione con l’Osservatorio Balcani e Caucaso di Trento, con il contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ed il patrocinio del Centro di Eccellenza Jean Monnet dell’Università di Firenze.

Il convegno è stato aperto da Valdo Spini, Presidente della Fondazione Circolo Rosselli, che ha ricordato l’intenso impegno italiano nei Balcani a partire dagli anni Novanta e l’attuale protagonismo italiano nelle relazioni UE-Balcani, soprattutto in concomitanza con il semestre di presidenza italiana della UE e l’assunzione da parte di Federica Mogherini, ex Ministro degli Esteri italiano, della carica di Alto Commissario per la politica estera e di vicepresidente della Commissione. “La stabilizzazione politica, economica e sociale dei Balcani è strettamente collegata – ha affermato Spini – al processo di allargamento, ma soprattutto all’approfondimento dei contenuti  dell’Unione Europea stessa”. “In questo processo – ha concluso – l’Italia, in qualità di  paese di prossimità, non solo geografica, con i Balcani, può dare un grande impulso alla risoluzione dei loro problemi e nel contempo trarre giovamento da un allargamento dei rapporti in questa direzione”.

 

All’introduzione del Presidente della Fondazione, sono seguiti i saluti di Massimiliano Guderzo, coordinatore del Centro d’Eccellenza Jean Monnet, Luisa Chiodi, Direttrice scientifica dell’Osservatorio Balcani e Caucaso, e Andrea Orizio, capo dell’Unità Balcani, INCE e IAI, del Ministero italiano degli Affari Esteri (MAE).

 

Il Consigliere Andrea Orizio si è innanzitutto felicitato per la scelta di trattare dei Balcani Occidentali in questo preciso momento storico, ricordando infatti come i paesi della ex-Jugoslavia  siano di nuovo al centro dell’attenzione politica e mediatica, non solo per il loro percorso di avvicinamento all’Europa, ma anche perché oggi rappresentano, in una situazione di crisi, un mercato importante per molti paesi europei, primi fra tutti la Germania e l’Italia.

Orizio ha anche evidenziato la particolare attenzione che l’Italia ha sempre riservato ai Balcani, per questioni geografiche, storiche, culturali ed economiche,  “una priorità che l’Italia non ha scelto ma che è naturale”, ha affermato il Consigliere. Ha aggiunto inoltre che “l’allargamento ai Balcani, fortemente sostenuto dall’Italia, è una necessità per i Paesi interessati ma anche e soprattutto per l’Unione europea dato che in assenza di tale ampliamento, rimarrebbe priva di una zona importante per la sua continuità territoriale e politica”. Orizio ha poi sottolineato due aspetti del futuro allargamento: in primo luogo, ritiene che il sostegno italiano non si basi solo su di un interesse nazionale, ma sull’interesse dell’intera Unione europea e dei Paesi balcanici, affinché questi ultimi facciano le riforme necessarie per la loro crescita e per la loro transizione democratica;  in secondo luogo, sottolinea il rischio che può derivare da un allargamento visto solo come sacrificio e che potrebbe portare i Balcani a rivolgersi altrove, in quanto l’Europa non costituisce per essi l’unica alternativa. E’ anche compito dell’Italia, soprattutto nel corso del semestre di presidenza, lavorare affinché ciò non accada.

Nella riflessione conclusiva il Consigliere ha sottolineato che: “la prospettiva dell’allargamento non è solo una questione burocratica ma è anche e soprattutto una questione concreta che cambia il modo di vivere con i nostri vicini, che contribuisce a superare i loro contrasti interni, ed è per questo che vogliamo fortemente aiutare i paesi balcanici nell’avvicinamento all’UE, stando attenti alla loro capacità di risposta”.

Infine ha fatto un breve riferimento alla Strategia macroregionale UE per la regione Adriatico-Ionica, sottolineandone l’importanza che per la prima volta vengano messi insieme 4 Paesi membri e 4 Paesi non membri dell’UE , al fine di lavorare insieme per lo sviluppo equilibrato dell’intero bacino dell’Adriatico,  avvicinando i Paesi della costa orientale all’Unione europea. “L’Italia – ha affermato Orizio – crede così tanto nella Strategia che l’ha inserita tra le priorità della Presidenza italiana dell’UE, nel corso della quale verrà approvata e lanciata ufficialmente”.

 

Gli interventi presentati nel corso della conferenza sono stati coordinati da Ariane Landuyt, membro del Comitato Scientifico della Fondazione Circolo Rosselli e del direttivo dell’Associazione Studi Universitari Europei (AUSE), che ha anch’essa ricordato, in qualità di  storica, la longevità dei rapporti tra l’Italia e i Balcani e il lungo passato comune che li unisce, “creando inevitabilmente percezioni e aspettative da parte dei nostri vicini al di là dell’Adriatico”.

 

Il primo panel, dedicato a “Unione Europea e allargamento ai Balcani: evoluzione e rilievo della presenza italiana” ha visto la partecipazione di studiosi provenienti da diverse discipline e università europee.

Luisa Chiodi, direttrice scientifica dell’Osservatorio Balcani e Caucaso, ha trattato la questione dell’allargamento europeo ai Balcani Occidentali soffermandosi sulle fatiche e le novità politiche ad esso collegate. Ha innanzitutto fatto riferimento alle novità che riguardano le istituzioni europee ed in particolare all’ipotesi, avanzata la scorsa estate, della cancellazione della Direzione Generale per l’Allargamento della Commissione europea. Quest’atto, che avrebbe avuto un grosso impatto sul processo di allargamento ai Balcani, è stato poi sostituito dal cambiamento di denominazione della DG, diventata DG per l’Allargamento e la Politica di Vicinato; un fatto che comunque ha un forte significato strategico, dato che anteponendo il vicinato all’allargamento si danno segnali di ridimensionamento di quest’ultimo. “C’è di positivo però – afferma Chiodi – che la DG esiste, come il fatto che sia stato nominato un Commissario austriaco, proveniente quindi da un paese che riconosce il Kosovo, due segnali politici positivi e rilevanti per l’allargamento ai Balcani”. “Quest’ultimo – ha aggiunto la Chiodi – anche se non si realizzerà in tempi brevi, almeno non nel corso dei prossimi cinque anni, per l’impreparazione dei Paesi aderenti, deve rimanere una prospettiva possibile perché in grado di produrre grandi risultati sui Balcani, soprattutto grazie all’utilizzo dello strumento della condizionalità, un esempio ne sono gli accordi del 2013 tra Serbia e Kosovo”.

“E’ vero che si percepisce una enlargement fatigue – afferma – sia tra l’opinione pubblica degli Stati membri che nelle istituzioni, ma questo sembra non aver superato livello di guardia”. Inoltre, per la Chiodi, segnali di speranza vengono dai progress report della Commissione, dai quali emerge un approccio positivo e un confermato impegno politico,  e dal fatto che questa volta la geopolitica gioca a favore dei Balcani.

La Chiodi ha poi fatto riferimento al caso specifico della Bosnia, affermando che si tratta sicuramente del paese con più difficoltà, dove la condizionalità europea non funziona, c’è un alto livello di corruzione, istituzioni inefficienti e una classe politica non all’altezza. Ricorda che l’UE ha messo in luce tutto ciò, usando anche toni forti, cercando però al tempo stesso un dialogo con i movimenti sociali locali, al fine di creare dal basso quell’alleanza che non si riesce a trovare con la classe dirigente. Conclude dicendo che per il momento non ci sono svolte immediate e che, a suo avviso, c’è bisogno ancora di tanto tempo, di un sostegno forte dall’esterno, con ruolo particolare per l’Italia, e di un buon utilizzo della cooperazione regionale come strumento per promuovere la riconciliazione e che coinvolga tutti i soggetti.

L’intervento di Dorin Dolghi, –  docente di Security Studies presso l’Università di Oradea – su  Security challenges of the EU-Western Balkans relations – ha messo in luce quanto il futuro delle relazioni tra l’UE e i Balcani occidentali sia una questione estremamente delicata, soprattutto per via delle peculiarità politico-identitarie della regione che, strumentalizzate, possono diventare un fattore  destabilizzante. Questo pericolo – secondo Dolghi – impone all’UE di avviare un’azione forte e capace di garantire sicurezza e sostegno agli interessi comuni dell’Unione. Dopo aver premesso che le questioni relative alla sicurezza dei Balcani occidentali sono così interconnesse da non poter essere affrontate separatamente, ha messo in luce un elemento di debolezza dell’Unione rispetto alla questione «sicurezza» in quest’area: sebbene il processo di allargamento comunitario sia da intendersi anche come processo di stabilizzazione – giacché l’UE rappresenta un potere normativo –  sembra però mancare  una chiara agenda relativamente alla futura integrazione di quest’area,ricca di problematiche. La situazione dei Balcani – sottolinea Dolghi  –  non è ovviamente semplice, ma proprio in virtù di ciò sarebbe opportuno che l’Unione  aumentasse i suoi sforzi e  utilizzasse il principio di differenziazione per comprendere e gestire aspetti diversi delle sfide relative alla sicurezza.

Il suo intervento ha poi richiamato il concetto di «strategic culture» – “within the EU, strategic culture can be understood as the political and institutional confidence and processes to manage and deploy military force, coupled with external recognition of the EU as a legitimate actor in the military sphere” .  Usato e modificato a più riprese nel contesto comunitario, soprattutto nell’implementazione della PESC e della PESD, tale concetto permette di approcciare meglio le questioni della sicurezza nei Balcani,con particolare attenzione a: terrorismo, WMD, conflitti regionali,  crisi degli Stati, criminalità organizzata.

A conclusione  Dolghi ha sottolineato la necessità per l’UE di  dimostrarsi capace di affrontare il processo di stabilizzazione nei Balcani occidentali, reso ancora più complesso dalle influenze russe.

Francesco  Privitera, docente di Storia dell’Europa Orientale dell’Università di Bologna-Campus di Forlì, nel corso del suo intervento ha fornito alcuni elementi per un parallelismo tra l’allargamento UE ai Balcani attualmente in corso e quello  avvenuto nel 2004 ai Paesi dell’Europa Centrale e Orientale (PECO)[1]. “Innanzitutto – afferma Privitera – non si può parlare dei Balcani separatamente, paese per paese, ma bisogna farlo in un’ottica complessiva, non solo per il passato comune da cui provengono ma anche perché i problemi che vivono sono correlati dalle stesse dinamiche”. Secondo Privitera una questione da non sottovalutare è data dal fatto che non si parla mai di allargamento ai Balcani come di un processo di integrazione europea, come è avvenuto invece negli anni Novanta, quando, a proposito di allargamento si parlava della necessità di riportare i PECO all’interno di una stessa compagine europea. “ L’adesione di questi ultimi ha sicuramente beneficiato di condizioni storiche favorevoli ma soprattutto del fatto che esso sia stato concepito come parte integrante  del processo di costruzione europea, il che ne spiegherebbe il successo.” Lo stesso dovrebbe compiersi, a suo avviso, con i Balcani, per la buona riuscita del loro avvicinamento all’Unione.

Inoltre, Privitera ritiene che l’occasione di completare l’allargamento ai Balcani Occidentali nel 2014, nel centenario dello scoppio della I Guerra mondiale, sarebbe stata un’occasione storica; occasione tuttavia mancata perdendo un elemento simbolico importante. Le cause, a suo avviso, sono da ricondurre alla “fatica dell’allargamento”, alla crisi economica, ma soprattutto alla mancanza della volontà politica di giungere a questo traguardo; senza dimenticare ovviamente la debolezza degli Stati aderenti e l’incapacità di prospettiva delle loro classi dirigenti. Privitera ricorda però che tale situazione non è dissimile da quella degli anni ’90, all’epoca dell’allargamento ai PECO; “in quel caso – afferma –  l’UE riuscì a favorire la loro transizione democratica offrendo loro una prospettiva concreta”. Anche ai Balcani, secondo lui, andrebbe offerta una prospettiva chiara e definita, in modo da indurre le loro classi dirigenti a compiere delle scelte in tal senso e che si crei un dibattito nella società. “L’Unione europea non può permettersi di tenere l’area balcanica in un limbo, anche se non ci sono i tempi tecnici entro i prossimi cinque anni, si può però porre l’obiettivo di realizzarlo nel prossimo mandato e comunicarlo ai paesi della regione affinché costruiscano un impegno a livello locale in funzione di questo traguardo”.  Facendo poi un parallelismo tra Serbia e Croazia, ha auspicato che l’UE non ripeta con la Serbia gli errori commessi con l’adesione croata che dopo un anno mostra già tutti i suoi limiti. “La Serbia – afferma Privitera – ha un peso centrale nella stabilità nei Balcani, e per questo è importante che l’UE agisca in questo paese che lo faccia con “delicatezza”, attraverso una politica inclusiva che possa riportare in una dimensione paneuropea la Serbia riconoscendole il ruolo che ha avuto nelle vicende europee, come è stato fatto con la Polonia. E conclude dicendo che “in questo processo l’Italia deve agire in dimensione corale, anche con Germania e Austria, attori importanti nella regione”.

Marco Mayer, docente dell’Università di Firenze, ha voluto lanciare, in virtù della sua esperienza personale di conoscitore della realtà balcanica, una proposta d’iniziativa italiana in Kosovo, argomentando che “quando due entità si trovano in una situazione di stallo e divise al loro interno, come Serbia e Kosovo, solo l’intervento di un mediatore esterno può essere in grado di favorire la pace e la riconciliazione, evitando un’escalation del conflitto”. Ritiene perciò che un’operazione italiana oggi potrebbe avere buone possibilità di riuscita, nel caso in cui non si commetta l’errore di mettere attorno ad un tavolo albanesi kosovari/serbi kosovari. ma ci si impegni a lavorare all’ interno di queste realtà. Mayer infatti ritiene fondamentale “ ricomporre la leadership serba e quella kosovara cercando di individuare gli obiettivi politici, operazione che avrebbe bisogno di attività mirate a settori e persone sensibili affinché si possa creare un clima favorevole”. Concludendo, il relatore auspica che la Conferenza, al di là del valore accademico, possa rappresentare l’occasione per il Ministero degli Affari Esteri italiano di studiare possibilità di nuove azioni in Kosovo.

In continuità con la questione tratta nell’intervento precedente, Francesco Martino collaboratore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso, ha fornito una panoramica proprio sul caso più spinoso lasciato aperto dopo la dissoluzione della Jugoslavia, il Kosovo del Nord, concentrandosi in modo particolare sugli accordi tra Serbia e Kosovo stipulati nel 2013.

Come ripercorre Martino nel suo intervento, il Kosovo ha proclamato la propria indipendenza il 17 febbraio 2008, non riconosciuta dalla Serbia, che continua invece a considerarlo come parte integrante del suo territorio. Grazie alla mediazione del servizio relazioni esterne dell’Unione europea si è giunti nell’aprile 2013 al cosiddetto Accordo di Bruxelles sulla normalizzazione dei rapporti tra i due paesi al fine di permettere una, convivenza tra le due parti in attesa di una futura possibile definizione. Martino ricorda che l’accordo prevede che la Serbia rinunci alle cosiddette “strutture parallele” – municipalità, polizia, sicurezza, giustizia – presenti soprattutto nel nord (dove vi è una maggioranza serba), riconoscendo de facto maggiori poteri al Kosovo, ricevendo in cambio il diritto per Belgrado di avere un’influenza sulle questioni interne kossovare, attraverso la creazione di un organismo, l’associazione delle municipalità a maggioranza serba in Kosovo, uno strumento per autonomia comunità serbe in Kosovo, finanziato per la maggior parte da Belgrado. Al di là dell’efficacia tout court dell’accordo c’è  in esso di positivo che “si apre per la prima volta una prospettiva di risoluzione della questione del Kosovo del nord  e  l’accordo ha generato speranza di avvicinamento di Serbia e Kosovo all’UE,  considerata come l’elemento più forte e capace di contribuire a risolvere la situazione sul campo”. Ma dalle speranze alla disillusione il passo è breve. Il problema infatti è che la firma non è stata seguita da risultati concreti. Secondo Martino le ragioni principali sono due: la prima è data dalla difficoltà della Serbia di convincere la comunità serba in Kosovo della bontà dell’accordo, la seconda dalle questioni interne alla Serbia, al Kosovo e all’Unione europea stessa. Infatti, come ricorda Martino “le elezioni politiche del giugno 2014 in Serbia hanno portato alla vittoria un partito isolato, i nuovi incarichi risultanti dalle elezioni europee del maggio 2014 ancora non sono stati definiti e le elezioni in Kosovo a luglio 2014 hanno avuto un esito disastroso”; tutto ciò ha inevitabilmente avuto l’effetto di un rallentamento del percorso iniziato con l’accordo del 2013.

Martino conclude dicendo che “è necessario rilanciare la prospettiva aperta dall’accordo di Bruxelles affinché da grande speranza non si arrivi davvero a grande delusione, un appello questo che arriva dai Balcani, dove ancora si ritiene che l’UE sia l’unico strumento per superare le difficoltà che rimangono ancora aperte.

 

Nella seconda sessione della giornata – Il sostegno dell’Italia all’allargamento: un nuovo ruolo di leadership nell’area balcanica? – si è voluto condurre un focus circa il ruolo dell’Italia nel processo di allargamento europeo ai Balcani. L’intervento di Giuliana Laschi, docente di Storia dell’integrazione europea e di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna-Campus di Forlì, ha affrontato la questione dell’adesione del Montenegro all’UE, paese che ha ufficialmente presentato domanda di adesione all’Unione il 15 dicembre del 2008. Il procedere dei negoziati, avviati ufficialmente il 29 giugno del 2012, hanno subito messo in luce – sottolinea  Laschi – le problematicità emerse che sono non tanto di natura economica quanto piuttosto di natura politica. Queste – continua – sono state e continuano ad essere aggravate dal difficile momento che sta vivendo l’Unione e dal persistere di un periodo di crisi economica. La pericolosità della situazione sta nel fatto che questi due fattori insieme stanno portando all’emergere di situazioni pericolose con fenomeni di xenofobia e al progressivo svuotamento della volontà di adesione, mettendo così a repentaglio lo stesso allargamento. Secondo  Laschi, è proprio in questo contesto che l’Italia può e deve svolgere un ruolo importante, soprattutto in ragione dei legami storici che esistono tra il Montenegro e la Puglia. Le maggiori responsabilità italiane che derivano dai legami storici, culturali ed economici tra i due paesi, impongono però all’Italia di definire una posizione forte e non un approccio di non opposizione come quello manifestato fino ad ora; approccio che – suppone la relatrice – dipende quasi certamente dal fatto che l’Italia ha problemi simili a quelli del Montenegro (è il caso della corruzione e della criminalità organizzata) che pongono in una situazione difficile il nostro paese.

Klodiana Beshku, docente Scienze politiche presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Tirana, ricorda poi l’esistenza di legami importanti anche con un altro paese dell’area balcanica, l’Albania. Nel suo intervento – L’Italia e l’Albania: il capitale umano fra le istituzioni e la politica nel quadro dell’integrazione europea – Beshku ha voluto sottolineare la volontà comune, di Albania e Italia, di integrarsi maggiormente in virtù del fatto che, non solo l’Albania è un paese dove l’italiano è per lo meno compreso dal 60% della popolazione, ma soprattutto in ragione della presenza di ben mezzo milione di albanesi resedenti ormai stabilmente nel nostro paese.

L’intervento di Beshku ha inteso poi indicare quali vie seguire per un rafforzamento delle relazioni italo-albanesi, soprattutto in virtù del possibile allargamento comunitario a questo paese che ha presentato la sua richiesta di adesione all’UE il 28 aprile 2009, diventando ufficialmente paese candidato il 27 giugno del 2014. Le vie indicate sono principalmente due: da un lato, quella culturale, in ragione soprattutto degli storici legami in tal senso tra i due paesi; dall’altro quella politica, come emerge chiaramente dai legami tra le due anime della sinistra dei due paesi. Rispetto alla prima,  Beshku specifica meglio che il nodo centrale da risolvere è rappresentato dalla definizione di un progetto coerente di lungo periodo nell’impiego delle risorse italiane destinate alla cultura e all’educazione specificatamente, però, nei confronti dell’Albania. Riuscire in tal senso – prosegue – permetterebbe all’Albania di sfruttare meglio e di essere più efficiente nell’impiego delle risorse provenienti dal nostro paese. Rispetto alla seconda via, quella politica, le parole della relatrice hanno ricordato la presenza del Partito democratico italiano in Albania, così come vi sono sedi di partiti albanesi in Italia. In linea generale, un rafforzamento delle relazioni italo-albanesi sarebbe – continua Beshku-, non solo la risposta ad una necessità reciproca dell’Italia e dell’Albania l’una per l’altra, ma anche la naturale evoluzione degli innegabili legami politici, interni ed esteri, tra i due paesi; senza dimenticare – aggiunge – che l’Italia potrebbe sicuramente giocare un ruolo non indifferente nel sostenere l’inclusione dell’Albania nell’UE.

Nicola Pedrazzi, Dottorando in Storia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Pavia, ha poi approfondito le relazioni politico-culturali tra l’Albania socialista e la Sinistra italiana durante il regime di Enver Hoxha. In particolare, nella sua presentazione ha voluto mostrare quali, e in che misura, siano stati i rapporti/relazioni italo-albanesi all’indomani della Seconda Guerra Mondiale non a livello governativo ma «nell’interscambio tra uno Stato-partito (l’Albania socialista) ed una parte politica (la sinistra italiana)». Pedrazzi ha ricordato come, a partire dal secondo dopoguerra, l’Albania non facesse più parte dell’immaginario delle élite politiche italiane sia a causa delle precedenti vicende italiane oltre adriatico, sia a causa della cornice stessa della Guerra fredda entro cui si collocano e si ridefiniscono i rapporti italo-albanesi, o meglio, la reciproca chiusura dei due paesi. Ieri come oggi – continua Pedrazzi – è infatti il contesto geopolitico (Guerra Fredda/integrazione europea) a definire i rapporti politico-culturali tra le due sinistre adriatiche.

In particolare, l’intervento ha voluto rimarcare il fatto che la chiusura di Enver Hoxha è stata una chiusura rivolta agli Stati e non ai “i popoli”, rimasti  «invece sempre amici e fratelli dell’Albania popolare», adducendo a dimostrazione di questa affermazione diverse testimonianze storiche. Pedrazzi afferma, infatti, che è proprio questa distinzione tra regimi e popoli che crea/ha creato una faglia, pur piccola, nella chiusura albanese: al di sotto del livello governativo, c’è «una microstoria» dell’interscambio italo-albanese del secondo dopoguerra soprattutto a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta che, ovviamente, rappresenta una delle basi e delle premesse su cui, indirettamente, si sono costruiti i rapporti  politici tra Italia e Albania.

L’intervento finale è stato presentato da Silvia Sassano, Dottoranda in Storia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Pavia, che ha illustrato la Strategia macroregionale europea per la Regione Adriatico-Ionica (EU Strategy for the Adriatic and Ionian Region – EUSAIR).

“Le Strategie macroregionali sono lo strumento più recente di cooperazione territoriale europea creato dalla Commissione, all’interno della politica di coesione, al fine di favorire la cooperazione integrata e congiunta nell’ambito di una grande area geografica ricca di sfide e potenzialità comuni” – ha innanzitutto chiarito Sassano. Continuando, ha ricordato che, dopo la regione Baltica (2009) e quella Danubiana (2011), anche la regione Adriatico-Ionica ha portato a termine il percorso politico-istituzionale per la realizzazione di una Strategia macroregionale, approvata nel corso del Consiglio europeo del 23 e 24 ottobre 2014 e che sarà ufficialmente lanciata il 18 novembre con un evento organizzato nell’ambito della Presidenza italiana dell’UE.

Dopo qualche cenno storico sui secolari rapporti tra la costa occidentale ed orientale dell’Adriatico, ha analizzato le premesse storico-politiche su cui, a suo avviso, poggia la Strategia, tra cui le attività di cooperazione transfrontaliera tra le due cose dell’Adriatico attivate a partire dalla fine degli anni Novanta. Ha  citato a questo proposito alcuni esempi stabili e strutturati di cooperazione transfrontaliera come l’Iniziativa Adriatico Ionica (IAI), l’Euroregione Adriatico-Ionica, il Forum delle città dell’Adriatico e dello Ionio ed altri ancora. L’esistenza e l’esperienza di tali network rappresentano, secondo Sassano, importanti presupposti grazie ai quali si è giunti all’elaborazione e realizzazione della Strategia.

A quest’ultima è stata dedicata la seconda parte dell’intervento; vi partecipano i sette Paesi che si affacciano sull’Adriatico, di cui quattro Stati membri dell’UE (Croazia, Grecia, Slovenia, Italia) e tre Paesi non membri (Albania, Montenegro e Bosnia-Erzegovina) più la Serbia, “chiamati a lavorare insieme e in modo paritario allo sviluppo degli obiettivi della Strategia”. I principali obiettivi a cui è stato fatto cenno sono: da un lato la promozione della prosperità economica, sociale e sostenibile della regione mediante il miglioramento della propria attrattiva, competitività e connettività; dall’altro l’avvicinamento dei Paesi dei Balcani Occidentali all’UE. Riferendosi poi al ruolo dell’Italia nella EUSAIR, Sassano ha affermato che l’Italia è stata protagonista nella fase di elaborazione e realizzazione ed è chiamata ad esserlo anche e soprattutto nella fase di implementazione che si aprirà tra qualche mese. “L’Italia ha tanto da ricevere da questa “nuova configurazione” delle relazioni inter-adriatiche, tanto a livello di Paese (una maggiore sicurezza e rilevante presenza nell’Adriatico), quanto a livello regionale. Le regioni adriatiche infatti si aspettano un gran ritorno in termini economici, sociali, di sicurezza e di rapporti culturali dalla collaborazione con i vicini Paesi adriatici; mentre l’Italia ha da offrire alla Strategia sostegno a livello politico e di concreta esperienza nelle relazioni con i Paesi Balcanici”.

 

Il convegno si è concluso con la riflessione finale di Valdo Spini che, alla luce degli interventi presentati nel corso della giornata, ha ribadito la complessità delle vicende della vicina area balcanica e la necessità di intensificare l’impegno italiano, nonché quello europeo, al fine di promuovere e aiutare la stabilizzazione dei Balcani, in vista della loro futura adesione all’Unione europea.

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